Comune di Pontelandolfo

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Pontelandolfo si trova a 40 km dall'autostrada A16, uscita al casello di Castel del Lago, oppure è raggiungibile mediante la nazionale Benevento-Campobasso (bivio di Pontelandolfo). 
La stazione FS più vicina è quella di Pontelandolfo Scalo, sulla linea Benevento-Campobasso. Vi sono collegamenti giornalieri per Benevento. Il comune è raggiungibile anche mediante autobus di autolinee private sulla linea Benevento-Napoli-Campobasso, con collegamenti per Benevento, per Napoli e per Campobasso.
Alternativa all'uscita A16 sopra descritta, per gli automobilisti provenienti da Roma, una volta usciti al casello Caianello dell'autostrada A1, è possibile imboccare la superstrada Caianello-Telese-Benevento, per poi proseguire, poco prima di arrivare a Benevento, sulla nazionale Benevento-Campobasso ed uscire al bivio di Pontelandolfo. Analogamente, per gli automobilisti provenienti da Napoli, una volta usciti al casello Caserta Sud dell'autostrada A1, è possibile proseguire in direzione Valle di Maddaloni - Dugenta, fino alla località Cantinella, dove si può imboccare la strada a scorrimento veloce Fondovalle Isclero e confluire direttamente sulla superstrada Caianello-Telese-Benevento e, proseguendo in direzione Telese Terme-Benevento, muoversi secondo i suggerimenti prima indicati per chi proviene da Roma.
 
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Pontelandolfo è certamente di origine romana. In seguito diversi terremoti e le incursioni saracene, determinarono varie riedificazioni dell'originale villaggio. Intorno al 980 d.C. nacque l'attuale borgo, secondo alcune tesi opera dei Benedettini, secondo altre opera di un principe longobardo. Subì un assedio ed un incendio nel 1138 da parte di re Ruggero il Normanno, poi il sisma del 1456 ed ancora un assedio ed incendio nel 1462, per mano di Ferdinando I d'Aragona; nel 1466 passo ai Carafa. Alle catastrofi naturali, come il terremoto del 1688, si aggiunsero le pestilenze del 1656 e del 1746. Nell'anno 1861 il paese venne, per l'ennesima volta, incendiato e raso al suolo dai soldati piemontesi, come vendetta dell'eccidio dei bersaglieri da parte di soldati borbonici sbandati, oggi definiti "briganti". La lunga e complessa storia di Pontelandolfo ha riscontro nelle tante risorse culturali a vostra disposizione: il museo dell'arte contadina, la chiesa dell'Annunziata, la torre del castello, la chiesa del SS.Salvatore. Da non perdere una escursione sul monte Calvello tra pini e faggi centenari. Al 36° chilometro della ferrovia Benevento-Campobasso è sita la stazione di Pontelandolfo, ed a qualche chilometro verso sud sta il paese, di cui da quel punto scorgonsi appena la vecchia torre e qualche casa sul piano. Il rimanente dell'abitato è poi sparso più giù tutto in pendio, e non presenta notevoli edifici, quantunque molte e buone sieno le case signorili dei maggiori proprietari e gentiluomini del paese.

L'erudito avvocato signor Daniele Perugini stampò, pei tipi del Progresso, Campobasso 1878, una monografia della sua patria, nella quale non manca mai la calda parola di affetto alla terra natale; il quale affetto però lo spinse ad uscire dal campo storico per entrare in quello delle ipotesi. Saremo costretti a non ammettere molte cose dette da lui. Pontelandolfo è di non dubbia fondazione Longobarda; e non mai come qui è applicabile l'adagio Respondent factis nomina saepe suis.
 
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Vari principi Longobardi, come si sa, portarono il nome di Landolfo, un sei almeno, e facilmente qualcheduno tra essi fu il fondatore del paese. Completamente gratuito è l'asserire che la fondazione sia avvenuta per opera degli Abati Cassinesi o dei Benedettini di S. Sofia. Si conosce perfettamente quale era il patrimonio dei Cassinesi nel massimo incremento di quel monastero, e basti ricordare qui che per l'ultima delle Crociate, siccome risulta dall'elenco dei baroni N. 823, Abbas Cassinensis obtuli: in magna expeditione milites IX et servientes CC. Ma non è mai nominato il Pontelandolfo fra le terre infeudate, o che ad altro titolo fossero state possedute dalla Badia di Montecassino. Basta consultare poi la cronaca di S. Sofia, e leggere ivi le bolle di Gregorio VII, dell'Antipapa Anacleto, di Pasquale II, non che i diplomi di Giusulfo ed Arechi, principi di Benevento, degli imperatori Arrigo, Corrado e di molti Conti di Ariano, per conoscere tutti gli antichi possedimenti della omonima ricca Badia; fra i quali non v'è stato mai Pontelandolfo.
Nè è serio prender norma dai zampitti o sciffoni usati per calzatura dai contadini di Pontelandolfo, simili a quelli dei contadini di S. Germano (ora Cassino), per dedurre da questo fatto che Pontelandolfo fosse fondazione dei Benedettini Cassinesi. Moltissimi comuni del circondario d'Isernia, di quello di Campobasso, dell'altro di Sora, molte località dell'agro romano, ed in ispecie poi i così detti ciociari di Roma, usano quella foggia primitiva di calzatura.
 Piuttosto sarebbe a dedurre che quella calzatura tradizionale rammentasse gli antichi Sanniti, abitanti dei monti, e non altro.
Come pure non è a far congetture sulla estensione dei Liguri Bebiani fino al di là di Pontelandolfo, e dire che al di là di questo comune fosse stato sito il pago ercolanese. L'ager Baebianus era limitatus secondo l'asserzione del Frontino de coloniis; e il dotto archeologo Garrucci intuì e dimostrò il vero, quando i limiti dell'ager Baebianus pose fra il Tammaro, il Tammarecchio ed il Chiusolano, imperocchè una città con 22 paghi poteva benissimo sussistere in territorio si esteso, e le tracce dei luoghi abitati fra quei confini superano quelle dei 22 paghi indicati nella tavola Bebiana.
Parleremo adunque dei pochi dati storici che si hanno su Pontelandolfo.
E' nominato la prima volta nella cronaca di Falcone beneventano, anno 1138. Il re Ruggiero il Normanno se n'impadronì in quell'epoca, e poscia l'incendiò, per vendicarsi del Conte di Ariano, chiamato parimenti Ruggiero, non che dei partigiani di lui. Falcone, scrittore del tempo, chiama spiccatamente questo paese Pontem Landulphi. Ed è chiaro che era sito nella Contea di Ariano, la quale venne abolita dai Re Normanni. Però non fu messo nella Contea di Buonalbergo, composta nella parte maggiore di terre dell'antica Contea di Ariano, ma venne conceduto al Conte Goffredo di Lesina, il quale poscia lo diede a Guglielmo di Sanframondo, e questi ad un Ugo Bursello.
Tanto risulta dal catalogo dei Baroni.
 
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Il Conte Goffredo di Lesina era uno dei più potenti signori sotto il regime dei Normanni, e godeva molto la fiducia di Guglielmo II, che gli diede in servitio tutto il dotario della regina Giovanna d'Inghilterra sua moglie, ed era per onore Conte di Montesantangelo. Donde nei periodi storici successivi rimase quel Contado di Puglia distinto sotto il nome di Onore di Montesantangelo. Ma torniamo al catalogo dei baroni.
In esso si enumerano al N. 377 i possedimenti diretti od immediati di Goffredo Conte di Lesina. Si fa motto nei N. 379 e 380 della contestabilità di Licia; e poscia al N. 381 sta scritto: "Hugo Bursellus dixit, quod tenet de eodern Guillelmo Pontern Landuiphum quod est feudum duorum militum et cum augmento obtulir milites quatuor "
Opina il signor Perugini che quel Guglielmo sia il re Guglielmo. Invece pare che debba essere Guglielmo di Sanframondo; ed eccone la ragione e la spiegazione, desunta non pure dal linguaggio feudale, quanto dallo stesso catalogo dei baroni nel secolo XII. La concessione diretta del Re è espressa sempre con le parole tenet in capite, o con le altre tenet a dominio rege, o pure de domino rege; non mai la maestà regale è indicata con la semplice parola eodem. Nel catalogo medesimo e nella stessa classificazione, quando si enumerano i possedimenti del Conte Guffredo di Lesina si dice: tenet de domino rege in demanio; ed al N. 378: tenet in capite a domino rege. Al N. 382, successivo al 381, sta scritto: "Una de feudo Guillelmi Sancti Fraymundi quod tenet a praedicto Comite, cum augmento obtulit milites VI" ". Quella parola una esprime la collettiva del servizio militare del feudo, ed è riferibile al N. antecedente, in cui si parla appunto dell'Ugo Bursello, signore di Pontelandolfo. In altri termini Pontelandolfo era un suffeudo di secondo grado, imperciocchè il primo grado era costituito nella casa di Sanframondo. E si conosce d'altronde che in quelle località, e d'appresso, estesi erano i possedimenti di casa Sanframondo.
Le indicazioni di cui ai N. 379 e 380 dicono tutt'altra cosa, e propriamente questo: la Curia (cioè la Corte reale) teneva la metà di Licia, e, dopo la morte di Ruggiero Bursello ex praecepto Domini Regis Guillelmi, venne nominato Contestabile eiusdem Comestabuliae un tale Scalfone, il quale avea alla propria dipendenza vari baroni: Gualtieri e il fratello Gentile, Talenasio, Galeramo, Amico Montana, i signori di Montemitolo ed Almerico Marcello. Tutto questo, che è relativo al Contestabile di Licia, nulla ha di comune col Pontelandolfo. Il possesso di Pontelandolfo rimase nella stessa famiglia Bursello sotto gli Svevi, imperciocchè risulta dall'elenco dei guelfi fatti prigionieri in Lombardia da Federico II, e dati in custodia ai baroni del Regno, che un nobile milanese chiamato Dionisio de Marinata fu dato in consegna a Roberto Bursello signore di Pontelandolfo. Vennero gli Angioini, e sotto Carlo I d'Angiò troviamo che Andrea ed Odorisio di Pontelandolfo furono nel novero dei guerrieri che fecero parte della spedizione d'Oriente. La casa di Sanframondo sul principio della dominazione Angioina perdè i vari possessi, ma poscia li riacquistò nel 1269, dopo la vittoria contro Corradino di Svevia. Certo è però che un Manfredi fu signore di Pontelandolfo, e nel 1373 lo era un Matteo suo figlio. Nel documento dei 20 settembre 1273 (riportato dal Borgia voI. 111, pag. 106), relativo al casale di 5. Teodora, ora non più esistente, e che era di spettanza della Metropolitana di Benevento, interviene Nobilis vir Matheus de Pontelandulpho fihius Nobilis viri Domini Manfredi domini Pontislandulphi; e dichiara che non molesterà mai e nè farà molestare gli uomini di detto casale, vassalli della maggiore Chiesa, sotto pena del pagamento di 500 once d'oro. Nel 1319 un altro Manfredi era signore di Pontelandolfo e suffeudatario di Leonardo di Sanframondo; forse qualche nipote del precedente. Vennero le contese per la successione del reame, dopo la morte di Giovanna I, ed una terza parte di Pontelandolfo fu data a Tommaso Mansella. Delle altre ebbe concessione Cristofaro d'Aquino, familiare di Roberto d'Angiò (1336). Morto il d'Aquino senza figli, il feudo fu dato dalla Corte a Carlo d'Artus, che lo vendè a Guglielmo di Brussar nel 1342; e questi a Pietro Scondito di Napoli nel 1345, declaratario dei coniugi Carlo di Gambatesa e Monforte e Sancia di Gambatesa, Conte e Contessa di Morcone. Giovanna II la diede al suo Consigliere Antonello della Ratta. Ma non pare che costui l'abbia lungamente posseduto, perché all'epoca delle guerre Aragonesi, sotto Ferdinando I, lo teneva un Cola di Gambatesa e Montfort, e propriamente nel 1461. Il che dimostra che il borgo fu in gran parte ricostruito dopo il tremuoto del 1456, che quasi tutto lo rovinò, e che la concessione ai d'Artus fu più nominale che reale. Nel 1461 subì le conseguenze della guerra condotta da Ferdinando I d'Aragona contro Giovanni d'Angiò ed i baroni seguaci di lui.
E qui lasciamo la parola al Pontano, dotto uomo di stato e segretario dei Re Aragonesi, scrittore del tempo e fedele storico.
 
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Egli dice (lib. IV, pag. 218): "Ferdinando, dopo la venuta delle artiglierie, non avendo per anco mandati i soldati alle stanze di Terra di Lavoro, drizzò l'esercito a Ponte che da Landolf o suo conditore, come è da credere, trasse cotal nome. Di che fatto accorto Nicolò Monforte Conte di Campobasso e per meglio provederla et ingannar Ferdinando così trattenendo, cominciò a chiedere tregua per dare a divedere di rendersi. Ma egli, che si avvide dell'astuzia del Monforte, restrinse maggiormente lo assedio, e fatto avendo più volte percotere la terra con molte botte di artiglieria, allo estremo apertasi la muraglia in più luoghi, fra tanto che ella era in pratica di rendersi, fu presa di notte, mandata a sacco e bruciata ".
Devoluta allora al fisco, fu venduta ad Andrea di Capua da Ferdinando II d'Aragona; e, dopo, nelle epoche vicereali, dato ai Caraffa, che l'han sempre posseduto nei rami di Carafa Pacecco e Carafa Colobrano, fino all'abolizione della feudalità, che qui anche faceva sentire la propria gravezza, pretendendosi il pagamento di una signorile prestazione dai pastori che conducevano gli armenti su le montagne comunali.
 E' pur troppo risaputo che Pontelandolfo venne saccheggiato ed in parte bruciato nel 1861 all'epoca della famosa reazione.
Il tenimento contiene circa sedicimila tomoli di terreni, compresa la montagna, ed abbonda di acque. Sonvi principali possidenti le locali famiglie Biondi, Cerracchio, Fusco, Golino, Gugliotti, Lombardi, Longo, Mancini, Melchiorre, Perugini, Pulzella, Rinaldi, ed altri, non che la famiglia Capozzi di S. Croce del Sannio nei Giovine di Napoli.
 La popolazione attuale di questo comune capoluogo di mandamento nel Circondano di Cerreto Sannita è di 5950 abitanti, il che lo costituisce sesto comune della provincia. Ebbe famiglie 185 nel 1532, 225 nel 1545, 228 nel 1561, 262 nel 1595, 282 nel 1648, 193 nel 1669. Nel 1689, dopo il tremuoto dell'anno antecedente, che vi fece grandissimi danni, la popolazione era appena di 1043 abitanti; ma nel 1740 già era salita a 1882, per ascendere ancora a 2032 nel 1789, 3049 nel 1795, 3601 nel 1809 e 5561 nel 1857, quando Pontelandolfo, attraversato dalla frequentata via Sannitica, unica che dalla Campania menava nel Sannio, possedeva una dogana di granaglie, ivi istituita da Ferdinando II Borbone.
 Fino al 1809 ha fatto parte sempre del Giustizierato, e poscia della provincia di Principato Ultra. Dal 1809 al 1861 di quella di Molise; e da questa epoca appartiene a questa di Benevento, della cui diocesi è stata sempre dipendenza.
 La ferrovia, che con le rapide comunicazioni tanto giova al commercio in generale, e spesso al locale, ha nociuto molto all'agiatezza di Pontelandolfo, che non ha gli utili dei tempi anteriori. Scemati i valori locali delle case e dei fondi, perdute le piccole industrie e le varie speculazioni che vi si esercitavano, annientata la dogana, resta soltanto ai cittadini la coltura del suolo.
 Pontelandolfo, che ha un nome storico, che forse sarà sorto dalla distruzione di antichi oppidi, già attraversati dalla via Numicia, che nell'epoca imperiale di Roma il Sannio Caudino al Pentro congiungeva, è stato adunque più volte distrutto dal ferro e dal fuoco militare, e due volte dalle telluriche conflagrazioni.
 
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